Questo è il secondo racconto che pubblico non mio. Ringrazio Alberto per avermi lasciato postare questo suo: "pezzo di se".
Riporto questa mail perchè mi ha colpito molto. Mi ha lasciato quel non so che di mistero, anche se il messaggio non è stato ricevuto qua su Splinder, ma in giro per il web.
Ciao, ho letto il tuo profilo, così ho pensato di scriverti.
Mi presento. Mi chiamo Tommaso e sono un ragazzo di 21 anni che lavora come sviluppatore software e vive a Milano, pur essendo originario di Parma. Ma se procedessi così a presentarmi penso elencherei enumeri di dati anagrafici privi di interesse per entrambi, quelli che normalmente potrebbero essere raccolti nell'amenità di un profilo, nella sua anonìmia.
Ebbene potrei scrivere che mi piace molto leggere, e anche scrivere a volte poesie talvolta lettere altre soltanto riflessioni. Poichè amo la letteratura e la filosofia in generale, e la uso, come altri fanno, quale mezzo interpretativo di opere d'arte animative o fumettistiche. Ti scriverei che quindi la cultura orientale essa tutta, da Mishima a Miyazaki, esercita su di me un forte fascino, come quella ellenista. E poi passerei a raccontarti le mie abitudini primaverili, quando la sera, con le guance riscaldate da un umido scirocco mi rivolgo a mirare un tramonto e sto assorto a languire dentro nel sentir il dì di questa vita che passa e tace nella notte che viene.
Ti ho scritto questo, e cos'è rimasto? Allora preferisco immaginarti su un tram che volge all'alba l'orizzonte del suo ritorno, tu sconosciuta passeggera di questo viaggio navigato ora e solo nella fantasia di questo scritto. Fuori il vento sussulterebbe fra le gemme umide d'un temporale trascorso e le nuvole s'intreccerebbero fra il grigio e l'azzurro. Da lassù limpidi raggi contrasterebbero l'erba e gli scuri tronchi, il mio sguardo al tuo volto. Ed eccomi lì, animato da uno stupido impaccio, da uno scioccio desiderio di parlarti. Allora penserei: in quanti modi avrei potuto iniziare?
Ma quando leggerai questo biglietto io sarò già lontano da te, entrambi ci ritroveremo ancora dispersi fra le vite quotidiane e forse se non ti avessi nemmeno consegnato questo foglio la mia presenza sarebbe per te rimasta sempre impercepita ed assente. Sai, forse ti avrei voluto rivolgere parola semplicemente perché mi incuriosiva un ché d’ineffabile ed etereo che traspariva dal cangiare del pensiero sul tuo volto (ed anche susserrerei: 'ricordi le prime volte che ti incrociavo in simili ritorni?'). E proprio per evitare di perderti avrei voluto condensare quel mio slancio in queste parole; avrei voluto stendere, nella brevità di questa carta, pochi e disorganici pensieri, raccolti in virtù d’un’evanescente speranza: quella di rincontrarti.
Nel delineare contorni di sogni, eccomi lì avvolto dall’immanenza di quelle pareti. Nel dissenso rotto solo dal ronzio delle ruote, nel Nostro Silenzio increspato dal vociare dei passeggeri. Giacché nulla odo, che stano, anche mentre ti scrivo, fuor del mio cuore che galoppa verso l’attimo della Voce. Ma tanto vorrei lì conoscerti, perché la curiosità di aspettarti fra le pronunce sarebbe fulgida ed incommensurabile. Vorrei sentire la tua voce, appunto (la tua voce squillante), e scrutare il tuo sguardo discendendo gl’incerti labirinti del tuo animo. Periodi anonimi di un’ombra della strada; e davvero sarei cosciente della follia del mio gesto. Cosciente che i pensieri a te rivolti dovrebbero essere stati almeno suonati, sonoramente invocati, (imago che sempre anima e rinnova l’intenzione stessa del persistere). Ma in quell'attimo, non saprei far altro che tacermi, perché in tali pochi frammenti ( ed ancora la voce: 'in questi ed in tutti quelli delle sere che ci hanno preceduto'), cosa avrei dirti potuto? Anche se ti avessi parlato poi sarebbe giunta la sfuggevolezza di un congedo, riassunto forse in un semplice ‘Ciao’; ma non ho mai saputo ammettere l’assolutezza degli svogliati addii.
Vorrei avere più complete parole con le quali descriverci e cantarti, ma l’unica che potrei chiederti in quell' istante, ed anche ora, è venia. Se non ti ho troppo irretito oggi nello scomodarti per tradurre questa folle prosa. Se non ti sarà oltremodo d’impiccio, ti chiederei di poter avere ancora un poco di tempo. Immagina, magari discorrendo in più serene ore potrò sopperire, con fulgida coscienza, a ciò che oggi non ho potuto dirti, fantastica protagonista tanto distante dai miei giorni.
Certo da adesso, se ti risentirò, se potrò rileggerti fra i cerulei gigli di quelle nuvole, dipenderà dal fatto che tu voglia ascoltarmi. Io tendo la mano, tu che farai?
premessa: questo pezzo di storia non è scritto da me, ma da un mio caro amico che racconta una piccola esperienza vissuta. Ho voluto pubblicarlo perchè, oltre che apprezzare molto il modo in cui scrive, stimo moltissimo questa persona anche se spesso finiamo a litigare per le cose più futili. ... Un bacio... e grazie
Chiuse gli occhi. Non so se fosse un gesto deliberato o un semplice riflesso, però mi piacque molto: era un modo silenzioso per dirmi di continuare, in quel ritmico e sensuale massaggio, in quella indicibile pazzia. Abbandonai per un istante il suo seno, lasciando i capezzoli, turgidi e bagnati dai miei baci, soli a fissare la penombra del soffitto. Scesi lentamente verso l’ombelico, disegnando con la lingua lenti cerchi intorno al piccolo piercing dorato. Ansimavo e seguivo con gli occhi il suo lento ma frenetico respirare. I jeans erano stesi sul pavimento fin da quando eravamo entrati di soppiatto nella camera da letto e lei, ormai, indossava solo la camicetta bianca – aperta, quasi strappata, tanto è stata la violenza con cui l’ho presa –, un perizoma di pizzo e un reggiseno dello stesso completo, con le coppe abbassate, a mostrare una perfetta abbronzatura integrale, frutto di frequenti lampade. Decisi finalmente – non avevamo poi molto tempo – di liberare da ogni vincolo il centro del suo piacere: il suo pube era curato, perfettamente depilato, lasciando soltanto un piccolo ciuffo di peli scuri appena sopra la vagina, che già si apriva accogliente ai miei occhi. Non resistetti e, continuando a massaggiarne le labbra carnose con le dita, affondai la lingua in cerca del clitoride, in un’estasi crescente, anche a causa del suo ansimare, visto che non nascondeva affatto quanto stesse godendo. Mi assalì un profumo denso, caldo, primordiale, ricco di ogni genere d’aroma e più buono di ogni fragranza che si possa acquistare. Le sostenevo il bacino con una mano, accarezzandola fra i glutei, e percorrendo a ritroso, con le dita, quel caldo e accogliente incavo, fino a ritrovare il mio viso fra le sue gambe. Ero assorto, totalmente incurante di ciò che ci aspettava impaziente fuori da quella stanza, e seguivo con lo sguardo la cadenza del suo instancabile saliscendi, che, a sua volta, dipendeva dall’insistenza del mio leccare. «Tu sei pazza…» le sussurrai quasi ridendo. E mi sorrise.
Non mi sarei mai aspettato di trovarmi in quella situazione, quanto meno non me lo sarei immaginato qualche ora prima soltanto, quando, assieme ad altri amici, varcavo la porta d’ingresso della casa del mio vecchio amico Giorgio, per una cena che non avrei mai più scordato. Era una sorta di rimpatriata: c’era gente che non vedevo da una vita, assieme ad amici cari di tutti i giorni, in tutto una decina di persone, Giorgio escluso. Quest’ultimo, in particolare, era via da casa da più di un anno, per motivi di lavoro: single incallito – con un’aria originale e creativa da professore di storia dell’arte, con la sua perenne sigaretta in bocca e l’immancabile giacca di velluto marrone – si era gettato negli ultimi mesi in vari progetti per cinema e televisione e, praticamente, viveva a Cinecittà. Tornato a casa per le feste natalizie – era giovedì 28, se non ricordo male –, aveva subito pensato ai vecchi amici e organizzato il tutto in poche ore. Tra gli altri c’era mio cugino Franco – non lo vedevo da tempo, sempre preso com’era con il suo lavoro di grafico pubblicitario e con i suoi frequenti viaggi di lavoro nei paesi scandinavi – che aveva colto l’occasione per presentare a tutti noi la sua nuova conquista: Elena, cameriera in un piccolo pub della zona e studentessa di giurisprudenza. A dire il vero la conoscevo già di vista, frequentando il locale dove lavorava, e mi aveva sempre colpito, anche se non avevo mai avuto né il coraggio, né l’occasione di provarci. A essere sincero non mi turbava il fatto di conoscerla come la ragazza di Franco, anche perché in quel periodo avevo ben altro per
A tavola tentai di esserle indifferente e parlai soprattutto con Giorgio e con il mio amico d’infanzia Marco, non avevo proprio intenzione di rovinare una bella serata per colpa delle mie stupide voglie. E poi c’era Chiara, la ragazza con cui avevo da poco ripreso ad uscire. Quella sera lavorava in un ristorante qui vicino, sarei dovuto andare a trovarla sul tardi, in teoria.
Nel frattempo si era creata una bella atmosfera tra i commensali e, complice qualche bicchiere di troppo, iniziammo a parlare dei vecchi tempi insieme al liceo, ricordando chi non vedevamo da una vita e spanciandoci dal ridere raccontando le mille cazzate che avevamo fatto. Elena era evidentemente imbarazzata. Non parlava quasi mai, se non interpellata, spesso abbassava lo sguardo sul piatto, con tutta probabilità perché non sapeva come introdursi, cosa dire. Franco, seduto al suo fianco, sembrava totalmente indifferente alla cosa, limitandosi a controllare ogni tanto la presenza della ragazza prendendole dolcemente la mano durante i nostri discorsi. Io ero sull’alticcio andante – quanto amo il vino rosso! – e parlavo a ruota libera, ma ogni tanto, essendole proprio di fronte, non riuscivo a restare indifferente alla bellezza di Elena. Ripeto, non avevo alcun interesse nei suoi confronti, tuttavia… il mio sguardo era come calamitato. L’alcol chiaramente non contribuiva a frenarmi, tanto che spesso mi rendevo conto – troppo tardi però – di rimanere imbambolato sulla sua scollatura, tornando in me solo se richiamato al discorso. Non dovetti farle una gran bella impressione. Quando parlai della mia passione per la scrittura e la musica e del fatto che avevo scritto diversi racconti, Elena sembrò molto interessata: «Mi piacerebbe poterne leggere qualcuno, se a te non dispiace... – mi disse fissandomi negli occhi – amo molto i romanzi e il tuo genere è uno dei miei preferiti…». «Certo, senz’altro! Te ne farò avere qualcuno tramite Franco, se si ricorda di leggere la mail ogni tanto!». Tentavo in ogni modo di nascondere quanto mi facesse impazzire quella ragazza… Pensai che l’idea di Franco di portarla alla cena fosse stata totalmente sbagliata: parlavo da amico, io ero solo felice di avere una bella donna a tavola, ma anch’io mi sarei sentito totalmente in imbarazzo in mezzo a cinque o sei sconosciuti mezzi bevuti intenti a ricordare la propria adolescenza.
Al dolce, Elena per sbaglio mi sfiorò la gamba col piede. Nessuno degli altri se ne accorse, io non dissi nulla e mi limitai ad alzare lo sguardo dal piatto, pensando che mi avesse volutamente chiamato. Lei, un po’ rossa in viso per il vino, mi lanciò un’occhiata durata una vita, sorridendomi cautamente, senza farsi notare. «Scusa», sussurrò ridendo, e tornò ad ascoltare il monologo di Giorgio col sorriso sulle labbra. È difficile descrivere l’effetto dei suoi occhi su di me. Il trucco ne metteva in risalto il colore, erano contornati dai lunghi scuri capelli lisci, delicatamente appoggiati sulle spalle, per finire, come frecce che indicavano un’unica direzione, sul seno bene in vista.
Bevuto il caffé, ci alzammo da tavola. Elena ed altri andarono a fumare in giardino, mentre io, Franco e Marco ci spostammo nel piccolo salotto, dove Giorgio, davanti al camino, ci avrebbe allietato col suo pianoforte, mentre terminavamo l’ottima cena con un forte digestivo. Ogni tanto lanciavo un’occhiata all’ampia vetrata che dava sull’esterno, osservando le movenze di Elena, che rideva e fumava con la grazia di una diva d’altri tempi. Spesso si voltava e sorrideva, nella mia direzione. Tu stai sognando amico! Quella non ti caga nemmeno di striscio! Le tue sono tutte fottutissime fisime da ubriaco! Questi e altri pensieri carini mi ronzavano per la testa, quando decisi di abbandonarli per un po’, andando a pisciare nel bagno di sopra. Chiusa la porta, non fui sorpreso di trovarmi estremamente eccitato, al punto da dover aspettare di essermi calmato per poter urinare. Ero fermamente convinto che fosse l’alcol a rendermi così, non potevo proprio permettermi di invaghirmi della ragazza di mio cugino, per rispetto nei confronti suoi e di Chiara. A proposito di Chiara, non dimenticarti che fra un po’ dovrai andarla a prendere!
Ero quasi stato convinto dai miei pensieri, quando, aperta la porta del bagno, mi trovai di fronte Elena, che mi sorrideva, imbarazzata ma divertita. Fu un attimo. Le nostre lingue si abbracciarono come se non aspettassero che quel momento da secoli, le mie mani la presero da dietro, quasi sollevandola, e d’istinto la portai nella prima stanza che trovai aperta: la camera da letto di Giorgio. Aveva la pelle liscia, morbida, e un sapore di caffé e sigarette che le donava, la rendeva più intrigante.
«E tu pensi di non esserlo?» mi chiese, con un sorriso malizioso sulle labbra. La aiutai a sfilarsi del tutto il perizoma e mi sdraiai sopra di lei, ormai nudo dalla cintola in giù, baciandole il collo e mordendole dolcemente i lobi delle orecchie, da cui pendevano sottili orecchini a semicerchio in oro bianco. La penetrai lentamente, quasi con il timore di violare un luogo sacro, come se fossi intruso in casa d’altri. In fondo lo ero, in tutti i sensi. Abbracciati, aumentai la frenetica velocità dei miei colpi, incitato dal suo godere, dai suoi sospiri. Ogni tanto riapriva gli occhi, mi fissava e mi leccava le labbra. Per un attimo mi balenò per la testa il pensiero degli altri, al piano inferiore ad ascoltare il pianoforte, e l’idea che Franco potesse salire a cercare Elena. Scacciai in fretta ogni preoccupazione. In questi casi il vino aiuta molto. Volle girarsi e si mise sopra di me, iniziando a masturbarmi e giocando con la lingua sulla mia cappella, ormai pronta ad esplodere. Si muoveva con estrema disinvoltura, sfiorando il mio cazzo con il seno, quando, con l’altra mano, si tirava indietro i capelli, in un unico rapido e sensuale gesto. Venni all’improvviso, un po’ sul suo seno, un po’ sulle sue labbra. Pensai di chiederle scusa, ma lei, incurante del mio imbarazzo, continuò il suo lavoro di bocca, palesemente soddisfatta del mio seme e del risultato raggiunto. Fu un orgasmo devastante e rimasi lì sdraiato, abbracciandola subito dopo, per sentire il suo calore, come se fosse stata la prima volta. Non parlammo e nemmeno i nostri sguardi si sfioravano. Bastava quell’abbraccio.
«Elena? Sei di sopra?». Era Franco. Ecco, ora sono nella merda. Anzi, siamo nella merda. Fu questo il primo pensiero che mi balenò per
Giunto in salotto, vidi Elena e Franco darsi il più lungo e appassionato bacio di tutta
Si era fatto tardi, salutai tutti, infilai lo spesso cappotto nero e mi diressi verso la mia auto, soddisfatto per la bella serata appena trascorsa. Quando fu il momento di salutare Elena, questa si limitò ai tre baci di circostanza, senza dire una parola, senza guardarmi neppure negli occhi. Questo mi fece un po’ male, ma, in fondo, fa parte del gioco. Sul cellulare, come al solito scordato nella tasca della giacca, c’era una chiamata persa di Chiara e un messaggio di un’altra persona: “Voglio vederti. Ho voglia di essere scopata Daniele, ma stavolta per davvero. Non voglio soldi”. Non risposi.
Nella tasca, assieme al telefono, trovai un post-it, con segnati un numero di cellulare e un’indirizzo e-mail, un contatto di messenger. Sorrisi d’istinto, come farebbe il condannato a morte alla notizia di un rinvio dell’esecuzione.
Misi in moto, per scaldarmi un po’ in quella gelida notte. Sapevo di dovermi sbrigare, altrimenti Chiara si sarebbe incazzata. Prima di partire, scrissi un sms al numero trovato sul foglietto: “Questo sabato hai da fare? Sai, ho scritto un nuovo racconto e qualche canzone…Che ne dici di un paio di Tennet’s?”.
Mi vengono i brividi quando ripenso al tuo corpo sopra al mio, scalpitante di passione premere sul mio seno. Non facemmo niente di sconveniente quella sera, ma il piacere che mi provocava la tua pelle profumata era indescrivibile, inebriante.
Ripenso a te, e al nostro piacere non concluso.. e mi tocco..
Giacomo: “Ehi, ciao. Come stai? E’ da un po’ che non ci si sente..”
Io: “Ciao Giacomo. Eh si, in effetti.. ne è passato di tempo. Che fine hai fatto? Mi avevi promesso che saresti passato a trovarmi lo scorso mese..”
Giacomo: “Si, è vero piccola. Ma sono stato molto impegnato. La nostra società ha appena acquistato una piccola aziendina locale e tra scartoffie e riunioni non trovavo mai il tempo da dedicarti. E sai che quando faccio una cosa la voglio fatta bene, quindi ho voluto rimandare. Ma ora sono tutto tuo”
Io: “Già, peccato che ti trovi a
Giacomo: “Si, ma stasera ho deciso di concedermi a te.”
Io: “ E come? Una video conferenza su messenger?”
Giacomo: “No, troppo prevedibile. Devi giocare con me, ci stai?”
Io: “Lo sai che non ti potrei dire mai di no, cosa devo fare?”
Giacomo: “Prima di tutto dimmi che cosa indossi”
Io: “Sono rientrata da poco in casa. Ho una maglietta azzurra senza spalle e una minigonna di jeans”
Giacomo: “Porti le mutandine?”
Io: “Stavolta si. Quando non me lo chiedono espressamente ho l’abitudine di portarle con me. Ma basta una tua richiesta, e io me le tolgo.”
Giacomo: “No, voglio che tu le scosti. Fai scivolare la tua mano dal ginocchio fino alla coscia, poi su fino al centro del mio piacere, della mia eccitazione. Strofina piano un dito, poi inumidiscilo di saliva assaporando quell’umore che mi fa impazzire.”
Io: “ Non sono capace di contenere l’eccitazione, ho paura che mi prenda la testa. E se tu non sei qua a guardarmi non ho completa soddisfazione”
Giacomo: “ Immagina che io sia seduto sul tuo divano, quello dove ti ho assaportata per la prima volta. Ti guardo eterea, muoverti e gemire sotto i miei occhi. Potrei scoppiare di piacere entro poco, ma voglio passare le mani sulla tua pelle e sentirne tutte le pieghe”
Io: “ Vorrei poter sentire la sensazione del calore della tua mano sulla mia pelle fredda. In questi giorni fa così freddo a Milano..”
Giacomo: “Ho un regalo per riscaldarti…”
Io: “Adoro i regali! Che cosa è?”
Giacomo: “Senti suonare al citofono? Aprimi..”
A Francesco piace correre la mattina, si alza sempre molto presto per godere di quell’aria, ancora fresca, di inizio giugno. Nelle orecchie, da qualche giorno, gli ronza una canzone di Vasco che canticchia mentre ascolta il suo lettore mp3 comprato mercoledì da Internet .
Ma Francesco pensa ad altro, pensa a Chiara che se ne è andata. Il 13 di maggio alle 9:46 gli dice di non essere più innamorata, che ha conosciuto un uomo in ufficio e che vuole andare a vivere con lui. “E’ da tanto che le cose non andavano bene tra me e te, non te la prendere”. Ma lui no, non si da pace e ogni giorno le telefona, ogni giorno le manda messaggi romantici, le manda fiori, la copre di attenzioni, quelle attenzioni che prima non le prestava perché troppo preso dall’abitudine e dalla monotonia di una lunga relazione. Qualche volta l’ha anche tradita, ma per Francesco sono state cose passeggere, cose di una sola notte di follia.
Una volta ci mancava poco che non lasciasse tutto per una botta di testa, per una di quelle che si potrebbero definire: “cotte da paura”. Lei 36 anni, infermiera di Empoli, divorziata, con una figlia.
Era proprio uno schianto di donna, Claudia. Fisico tonico e visino pulito; capelli lunghi neri le contornavano i grandi occhi verdi, quasi mai truccati, se non con un filo di rimmel nero.
Quella settimana soggiornava a Talamone, da sua zia. Anche lei correva la mattina, pantaloncini corti blu e canottierina bianca con ombelico in vista. Fatalità, fortuna, sfortuna, chiamatela come volete ma Claudia, quella mattina, non si sentì bene e si fermò ansimante su una panchina sul lungo mare e lì, Francesco, la trovò. Davanti a lei solo una pace sconfinata che faceva da sfondo ai suoi pensieri nervosi ed agitati. Proprio li fecero l’amore la prima volta. Lei aveva dei seni veramente straordinari, che danzavano al ritmo del suo bacino ed a Francesco piaceva succhiarle i capezzoli mentre la prendeva, mentre la penetrava.
Si ferma, ansima, prende fiato ed osserva il bel panorama ai suoi piedi. Il telefono però interrompe la quiete del mare e le onde che si infrangono incessantemente sullo scoglio appuntito poco lontano dalla riva. Drin, drin. Drin , drin. Il 42020 lo avvisa che c’è un messaggio in segreteria, probabilmente della sera prima
“Ciao Fra, ma dove sei sparito? Sai, stavo ripensando all’altra notte.. tu ed io, sotto le lenzuola. Ho voglia di leccarti, ho voglia di sentirti dentro, ancora. Ti prego chiamami”.
E’ già un’ora che sta correndo, tra una pausa ed un’altra. Tra un pensiero ed un altro. La verità è che non sa se richiamare Rita oppure no. Certo, come fa i pompini lei non li fa proprio nessuno; riesce a cacciarselo giù, fino in gola e poi dentro, fuori, instancabilmente. Ma ormai è diventata quasi un’ossessione, non riesce a fare a meno del suo cazzo.
Io conobbi Francesco un pomeriggio afoso del luglio scorso. Dopo qualche convenevolo sulle rispettive vite ci trovammo nel suo appartamento, senza che conoscesse la mia vera professione. Non era necessario
Senza pantaloni e senza quella camicia così perfettamente inamidata risultava ancora più attraente; una peluria scura gli copriva i fieri pettorali e contornava un fisico tonico e perfettamente abbronzato. Le sue mani erano grandi strumenti di piacere, non un callo compariva su quei palmi che, felici, accarezzavano e contenevano i miei bianchi seni.
Io ero già distesa sul suo letto: senza pantaloni, senza top e con le mutandine addosso. Lui si mise ad accarezzarmi le braccia per secondi interminabili facendomi rizzare i biondi peletti per poi soffermarsi sui seni. In circolo, massaggiandomeli poi concentrarsi sui capezzoli: prima con la mano disegnando cerchi e rendendoli turgidi, poi con la bocca succhiando prepotentemente ma senza crearmi dolore. Mentre mi creava un piacere sommesso decise di crearmene uno più profondo arrivando direttamente al mio sesso. Scostò piano le mutandine e mise a massaggiarmi piano, poi fino in fondo con le grosse dita.
Bagnata ed estremamente eccitata mi accavallai le gambe sospese per aria quasi imbarazzata da tutto il piacere che mi creava. Francesco mi si accucciò sopra penetrandomi e facendomelo sentire fino in fondo.
Durante tutto il rituale dell’accoppiamento mi prese le dita della mano e mise a succhiarle in modo che la sua bocca non creasse alcun rumore se non un mugolio molto sottile e quasi impercettibile. Mi chiesi perché avesse bisogno di soffocare un piacere così grande ma mi limitai ad imitarlo, cercando di nascondere anche il mio lascivo godimento. Certo, non è semplice contenere i mugolii ma ancora più difficile è contenere un orgasmo che mi prese d’improvviso mentre mi penetrava da dietro e mi massaggiava veloce ed umido da i miei umori.
Mi abbandonai sul sue lenzuola gialle sbiadite e presi per qualche minuto fiato, per riprendermi dalla corsa e dall’impulso di urlare che mi era improvvisamente comparso. Francesco mi guardò e mi accarezzò la testa dolcemente, poi le spalle nude, poi i fianchi stremati. Stava nascendo una bellissima amicizia.
Stanotte gli ho chiesto di vederci. Di scoparmi, senza essere pagata.
Non mi ha risposto.