martedì, 10 giugno 2008

Mi sono innamorata.
Ma questo amore platonico, per il momento, non ha portato niente di buono.
Solo un gran mal di testa.
nonsonounasanta alle 15:19 in:
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sabato, 17 maggio 2008

Profumi

Non vi è mai capitato di essere attratti in modo inspiegabile non tanto dalla persona in se ma dal profumo che aveva? A me capita di continuo. Anzi, con molta più frequenza noto che non c’è praticamente alcuna connessione dal fatto che una persona sia oggettivamente attraente. I miei connettori nasali identificano il più delle volte come attraente,o meglio, sessualmente interessante, un uomo che ha un particolare profumo piuttosto che un uomo bello nel classico senso della parola.
Ho avuto uomini bellissimi senza un particolare profumo sulla pelle e,al contrario, ho avuto uomini bruttini ma con un profumo inebriante, da togliere il respiro. Stefano era bello e in più, con quel profumo, era ancora più affascinante.
Non so se si possa chiamare chimica, o attrazione fatale, o connessione cosmica, fatto sta che per esperienza il sesso con persone dal particolare profumo è sempre stato migliore e più coinvolgente di quello fatto con uomini bellocci che profumavano solo di sapone o dell’ultimo dopobarba di Calvin Klein.
Stefano,infatti, mi piacque subito per la sua arroganza e per il suo “sentirsi sicuro di se” nonostante i suoi 22 anni e quell’aria ancora da pischello che aleggiava intorno ai suoi jeans strappati.
Non a caso lo chiamavo pequeño; non perché fosse basso o minuto, ma perché manteneva ancora quello sguardo da sognatore e non un velo di triste cinismo aveva intaccato il suo viso da angioletto.
Uscivamo da ormai tre settimane quando mi invitò per una cena a casa di un suo carissimo amico, con l’obbligo di invitare una quarta persona, una mia amica. Pensai subito a Veronica; così disinibita e socievole si sarebbe giusto prestata ad ogni genere di serata, purché non a sfondo sessuale. Veronica, infatti, conosceva bene i miei gusti in quanto a serate particolari e pur non approvando le mie scelte si lasciò convincere per la cena.
Faceva ancora caldo quella sera, benché fossero le ultime notti di settembre, forse perché quell’anno, l’agosto, non si era fatto sentire con il suo caldo e stretto abbraccio. Così decisi di indossare un comodo paio di jeans, una canottiera rosso fuoco con un’unica spalla in modo che l’abbronzatura estiva si potesse ancora intravedere, risaltata dall’abito sgargiante.
La casa di Fabio, l’amico 30enne di Stefano,si trovava a pochi kilometri da Bergamo al centro di una piccolissima zona residenziale. L’appartamento era un ampio sottotetto all’ultimo piano di una palazzina costruita di recente, ma senza l’ombra di un ascensore. Stefano aspettava in alto, su quello che sembrava un balconcino senza tetto incitando la salita e non senza prenderci in giro per il fiato corto. Lui era li, vestito di tutto punto con un grembiule nero che gli cingeva i fianchi e un vassoio argentato che già conteneva 4 flut di champagne.
Dopo le relative presentazioni e il primo giro di brindisi, io e Veronica ci accomodammo nella sala da pranzo per la cena che Stefano stava preparando nella stanza accanto e dopo un aperitivo a base di pesce, vino bianco a quantità e pane mai toccato, ero già sbronza.
La serata trascorse piacevolmente tra risate e tintinnio di calici che si alzavano e brindavano in occasione di ogni sorriso. Stefano, per tutta la serata, non aveva mai tolto la mano dalla mia coscia.
“Ci facciamo una sigaretta sul terrazzo?” mi chiese verso le nove di sera.
“Ok”, risposi io. E ci accomodammo su una panchina, sul terrazzino appena fuori dalla sala da pranzo che ci aveva ospitati fino un attimo prima.
“Stasera sei veramente bellissima”, mi disse. “Grazie”, risposi,”ma devono essere i fumi dell’alcool che ti annebbiano la vista”. Sorrise maliziosamente, intuii da subito le sue intenzioni ma ero troppo lenta e troppo curiosa per poter reagire. Stefano mi mise una mano sulla guancia e mi accarezzò dolcemente il viso facendo scivolare la mano prima sul mio seno e poi dentro i jeans.
“Ma che fai? Potrebbero uscire da un momento all’altro” dissi leggermente imbarazzata e con la bocca ormai impastata per via dell’innumerevole quantità di vino che stava viaggiando nelle mie vene a ritmo spedito. “Ho detto a Fabio di lasciarci da soli, e poi penso che stia già sfilando le mutandine alla tua amica” Veronica? No, mai. Impossibile. Lei, così incorruttibile e tenace ai piaceri della carne non avrebbe mai fatto una cosa del genere, mentre Stefano, dal canto suo, mi stava per torturare passando la sua mano sul mio clitoride. Gemetti così forte che pensavo fosse impossibile che nessuno mi sentisse. Chissà, forse il vicino sotto casa stava ritirando i panni dal balcone, ma al momento il pensiero non mi toccò e mi inginocchiai davanti a lui. Sbottonai i pantaloni, piano, senza fretta, ma con un’enorme difficoltà nei gesti e iniziai il mio lavoretto di bocca. Intanto, Stefano, si faceva sempre più eccitato e più duro ad ogni mio bacio ed ogni volta che, con la lingua, gli leccavo dalle palle alla punta della sua cappella.
Rimasi in ginocchio per parecchio tempo trovandomi, inaspettatamente, eccitata e conturbata dal momento e dal pericolo della scoperta. Mi sfilai velocemente una gamba dei jeans e mi misi a cavalcioni, al contrario, sopra di lui cercando di non emettere alcun suono. Per darmi la spinta giusta e muovermi ad un ritmo abbastanza spedito, misi i miei piedi sulla panchina e iniziai a muovere su e giù le cosce, riuscendo a sentirlo meglio dentro di me e facendo in modo che lui potesse affondare meglio la presa.
Il suo orgasmo arrivò presto e silenzioso. Dalla fretta e dall’eccitazione del momento non ci accorgemmo che, dal palazzo di fronte, qualcuno ci stava osservando.
 
Non ho mai capito esattamente cosa fosse questa attrazione per i profumi, ma ho sempre creduto, e tendo a caldeggiare ancora questa mia ipotesi, che sia uno dei pochi istinti animali che ci sono rimasti oltre agli stramaledetti e inutili denti del giudizio.
nonsonounasanta alle 13:22 in: racconti di ieri
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mercoledì, 30 aprile 2008

Lei tra di noi

Questo è il secondo racconto che pubblico non mio. Ringrazio Alberto per avermi lasciato postare questo suo: "pezzo di se".

Molte fantasie portano in una relazione un'altra donna seppur ad un livello recondito del desiderio…mi piacerebbe raccontarvi una storia di questo tipo, ma non è questo il caso.
 
Stavamo guardando un film alla tv nel buio del salotto, uno di quei thriller avvincenti in cui la trama mantiene la suspance lungo tutta la storia, strana la vita perché la nostra invece era una classica serata in cui la routine, che si cibava nella nostra vita di coppia, la faceva da padrone.
Sapevo benissimo come sarebbe finita la serata, sdraiati sul divano uno accanto all’altro fino alla fine del film, un saluto fugace e poi giù per le scale diretto verso casa.
Ma non era cosi che doveva andare, non stavolta.
Simona ad un tratto accoltasi della mia grande attenzione per il film, mi accarezzo lungo i fianchi insinuando la sua mano lungo la maglietta e mi sussurrò all’orecchio con voce da gattina “..sei sicuro di volere vedere la fine del film”.
Ero abituato a sue frasi del genere ma che al più culminavano in richieste stupide o in sorrisi di scherno, tuttavia accettai la provocazione, mi girai lentamente e dissi con fare ammiccante “ tu cosa mi propon…”, ma non finii la frase che già le sue dolci labbra erano sulle mie, una calda sensazione mi pervase mentre la sua lingua entrava lentamente nella mia bocca. Le sue mani e le mie ora esploravano i nostri corpi sempre più mossi da una passione quasi ormai inusuale, scivolando sotto i vestiti in cerca del piacere più recondito. La sua bocca, ora lenta e ora ingorda, era scivolata sul mio collo per sussurrarmi parole di sfida “non volevi guardare il film”, ma io non la ascoltai neppure, mi misi a sedere e la esortai con mani ferme a fare altrettanto, la spogliai della canottiera e la baciai sul collo slacciando intanto il reggiseno.
Fu lei ora a prendere il comando, lentamente mi spogliò e dopo avermi sospinto con fare deciso sul divano mi slacciò i pantaloni sapendo di trovarmi eccitato e fremente. Sapeva benissimo come darmi piacere, mi limitai a scostarle i capelli era bello guardarla fare.
Dopo un poco la fermai, ma non smise mai di toccarmi, la guardai negli occhi rimettendomi a sedere e senza proferire una parola incominciai a baciarle il seno e abbassandole i pantaloni e le mutandine già umide di piacere incominciai a sfiorarla dapprima piano e poi in modo sempre più deciso sentendola gemere finche si alzò con fare deciso e si sedette su di me, che ancora me ne stavo seduto sul divano accogliendomi dentro di lei, un improvviso calore mi colse e mi fece sussultare di piacere.
I nostri movimenti sembravano ora seguire il ritmo di una musica ancestrale, di piacere e passione e proseguì fino all’ultima nota, la più acuta che ora rappresentava il punto comune di un godimento tanto atteso.
Ancora ansimanti e nudi ci sdraiammo nuovamente accorgendoci solo ora che sullo schermo scorrevano i titoli di coda. Per una sera nessuno si era messo tra di noi.
Resta ancora ora a pensarci un ultimo quesito, “chissà come è finito quel film”.
nonsonounasanta alle 20:10 in: racconti di ieri
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martedì, 22 aprile 2008

Per il mio amico: “L’amore non è mai così bello come lo dipingono”.

Non sono più abituata a parlare d’amore. Probabilmente non lo sono mai stata, e penso di essere la persona meno indicata per farlo. Ma oggi un mio amico, a me molto caro, mi ha scritto una mail molto bella che parlava d’amore e mi sono ripromessa di scrivere qualcosa sull’argomento che possa essere un chiarimento per chiunque legga questo post, e soprattutto per me stessa.
Erano mesi che non ricevevo una sua mail, o più semplicemente un suo messaggio. Spesso ci vedevamo anche solo per bere una birra e fare due chiacchere su una panchina di un parco, ma da qualche tempo (quanto? Un anno?) ha deciso di fidanzarsi e tagliare i ponti con alcune delle sue vecchie scopate clandestine.
Non posso negare di essermi arrabbiata con lui e di essere ancora contrariata rispetto alla sua scelta, ma devo ammettere che spesso i miei amici sono più intelligenti di me, e con valori ben più saldi.
Credimi Daniele, potrei elencarti 100 motivi per i quali credo sia sbagliato fare compromessi in amore, ma non lo farò e lascerò che ti goda la tua relazione e uno dei miei ultimi racconti su una delle mie innumerevoli relazioni.
Ero in macchina, intenta a trovare un distributore di sigarette che accettasse i dieci euro senza far storie; quando, dopo un’incredibile scopata con un uomo di 13 anni più vecchio di me, mi sentii incredibilmente vuota. Aspettavo solo il momento in cui avrei acceso quella maledettissima sigaretta, riuscita ad acquistare solo dopo l’ennesimo girotondo tra i distributori.
Tutti, incredibilmente tutti, sembravano intenzionati a farmi vagare per la città con il solo scopo di farmi impazzire per trovare un distributore in grado di accettare una di quelle maledettissime banconote rosa. Di colpo, bum, insieme alla mia sigaretta la mia mente si distese e il mio stomaco ebbe un sussulto. Ero riuscita a soddisfare il mio bisogno impellente ma cosa si profilava all’orizzonte?  Rimasi immobile per un secondo interminabile davanti alla sigaretta accesa, e dopo aver tirato un lungo tiro decisi (in un momento di sanità mentale)di mettere in moto la macchina e dirigermi verso casa.
 La mia testa era sgombra da ogni pensiero, da ogni fantasia che fino a quel pomeriggio mi permetteva di masturbarmi con soddisfazione.
Il cellulare squillò insistentemente nella mia tasca. “ E’ proprio bello sentirti godere. Un bacio”.
 Era proprio lui, l’uomo che fino a questo pomeriggio bramavo con insistenza, stuzzicavo per telefono, eccitavo con uno sguardo appena passava per il mio ufficio e che pochi istanti prima era disteso nel mio letto, bianco come solo il sole d’inverno può rendere, ed eccitatissimo, come solo il mio perizoma di pizzo nero e fucsia poteva permettere che diventasse. 
Non gli permisi di parlare appena entrò nel mio appartamento. Lui mi aveva portato delle rose rosse ma le posai velocemente sul divano e mi appiccicai alle sue labbra. Erano morbide e belle come me le ero immaginate fino a quel momento, rosse, calde e passionali.
Lo portai subito in camera, non potevo permettermi di passare per inutili convenevoli.
Lui, sentendosi probabilmente molto più a suo agio in una camera da letto che non davanti a me in un asettico ufficio, si tolse la maglia lasciando visibili degli addominali ben delineati. Poi si tolse i pantaloni, in una sorta di spogliarello privato rimanendo in mutande e già eccitato.
Non mi ero ancora tolta alcun capo d’abbigliamento ma mi avvicinai a lui, con l’intenzione di fargli assaggiare l’aperitivo che avevamo volutamente saltato qualche minuto prima. Così gli sfilai l’ultimo pezzo che mancava al completo  e mi misi a giocherellare con le dita sulle sue palle perfettamente rasate. Non lo masturbai con le mani ma mi limitai solo ad accarezzargli il membro e a leccargli la cappella come se fosse un gelato; lentamente, sui lati.
 Lui mi prese i capelli, formò una coda di cavallo con le mani e lo spinse con dolcezza in bocca. Il movimento era molto lento e mi guidò con la sua mano sui miei capelli; a volte si fermava, aspettava qualche secondo poi rincominciava accompagnato solo dal suo ansimare dolce e lento.
Non dovetti aspettare molto perché mi togliesse la maglia e il reggiseno. I miei capezzoli erano incredibilmente turgidi e pensavo scoppiassero quando iniziò a mordicchiarli e a succhiarli avidamente. Non mi abbassò completamente i pantaloni tanto dovette essere  il suo desiderio e dopo avermi accarezzata per minuti interminabili, iniziò la sua danza dentro di me.
Come aveva fatto mentre ero io a procurargli piacere con la bocca, si premurò di fermarsi più volte e togliersi da me per qualche secondo. L’effetto era devastante. In quei secondi che mi parevano interminabili bramavo perché lui si rimettesse dentro di me a continuasse a muoversi, ma più era lento più mi accorgevo di essere eccitata e speravo affondasse con più decisione.
Quando provai a muovermi con più insistenza lui mi fermò con una mano sulla coscia e senza dirmi niente rincominciava quella strana danza aritmica.
L’orgasmo fu inaspettato e di un’intensità travolgente. Proprio mentre era uscito da me e stavo aspettando che rincominciasse tremai di piacere; mi mise due dita in bocca e io iniziai a succhiargliele mentre in me ancora non si fermava quell’esplosione di sensazioni e colori che percorrevano il mio corpo come formiche impazzite sotto la pelle.
 
Ma, stranamente, mi sentii svuotata.
Decisa a non lasciare il lavoro a metà cercai la soluzione più veloce alchè tutto potesse finire velocemente e mi misi a cavalcioni su di lui. Mentre mi muovevo a velocità sempre maggiore gli mordicchiavo i capezzoli e con una mano gli accarezzavo le palle e lui, Gianpietro, con gli occhi strabuzzanti di piacere venne ansimante di piacere dentro di me. Mi tolsi da quelli abbracci dovuti post coito. Mi rivestì.
Fu l’unica volta che facemmo sesso.
E quella volta, in macchina, quando accesi la sigaretta mi accorsi di non avere nient’altro che questo: piacere fugace in cambio di rose e gioielli costosi. Ma l’amore? Quello in che parte remoto della mia vita è rimasto?
Ciao Daniele, ti voglio bene.
Sii felice.
nonsonounasanta alle 23:11 in: racconti di oggi
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domenica, 10 giugno 2007

L'email

Riporto questa mail perchè mi ha colpito molto. Mi ha lasciato quel non so che di mistero, anche se il messaggio non è stato ricevuto qua su Splinder, ma in giro per il web.

Ciao, ho letto il tuo profilo, così ho pensato di scriverti.

Mi presento. Mi chiamo Tommaso e sono un ragazzo di 21 anni che lavora come sviluppatore software e vive a Milano, pur essendo originario di Parma. Ma se procedessi così a presentarmi penso elencherei enumeri di dati anagrafici privi di interesse per entrambi, quelli che normalmente potrebbero essere raccolti nell'amenità di un profilo, nella sua anonìmia.

Ebbene potrei scrivere che mi piace molto leggere, e anche scrivere a volte poesie talvolta lettere altre soltanto riflessioni. Poichè amo la letteratura e la filosofia in generale, e la uso, come altri fanno, quale mezzo interpretativo di opere d'arte animative o fumettistiche. Ti scriverei che quindi la cultura orientale essa tutta, da Mishima a Miyazaki, esercita su di me un forte fascino, come quella ellenista. E poi passerei a raccontarti le mie abitudini primaverili, quando la sera, con le guance riscaldate da un umido scirocco mi rivolgo a mirare un tramonto e sto assorto a languire dentro nel sentir il dì di questa vita che passa e tace nella notte che viene.

Ti ho scritto questo, e cos'è rimasto? Allora preferisco immaginarti su un tram che volge all'alba l'orizzonte del suo ritorno, tu sconosciuta passeggera di questo viaggio navigato ora e solo nella fantasia di questo scritto. Fuori il vento sussulterebbe fra le gemme umide d'un temporale trascorso e le nuvole s'intreccerebbero fra il grigio e l'azzurro. Da lassù limpidi raggi contrasterebbero l'erba e gli scuri tronchi, il mio sguardo al tuo volto. Ed eccomi lì, animato da uno stupido impaccio, da uno scioccio desiderio di parlarti. Allora penserei: in quanti modi avrei potuto iniziare?

Ma quando leggerai questo biglietto io sarò già lontano da te, entrambi ci ritroveremo ancora dispersi fra le vite quotidiane e forse se non ti avessi nemmeno consegnato questo foglio la mia presenza sarebbe per te rimasta sempre impercepita ed assente. Sai, forse ti avrei voluto rivolgere parola semplicemente perché mi incuriosiva un ché d’ineffabile ed etereo che traspariva dal cangiare del pensiero sul tuo volto (ed anche susserrerei: 'ricordi le prime volte che ti incrociavo in simili ritorni?'). E proprio per evitare di perderti avrei voluto condensare quel mio slancio in queste parole; avrei voluto stendere, nella brevità di questa carta, pochi e disorganici pensieri, raccolti in virtù d’un’evanescente speranza: quella di rincontrarti.

Nel delineare contorni di sogni, eccomi lì avvolto dall’immanenza di quelle pareti. Nel dissenso rotto solo dal ronzio delle ruote, nel Nostro Silenzio increspato dal vociare dei passeggeri. Giacché nulla odo, che stano, anche mentre ti scrivo, fuor del mio cuore che galoppa verso l’attimo della Voce. Ma tanto vorrei lì conoscerti, perché la curiosità di aspettarti fra le pronunce sarebbe fulgida ed incommensurabile. Vorrei sentire la tua voce, appunto (la tua voce squillante), e scrutare il tuo sguardo discendendo gl’incerti labirinti del tuo animo. Periodi anonimi di un’ombra della strada; e davvero sarei cosciente della follia del mio gesto. Cosciente che i pensieri a te rivolti dovrebbero essere stati almeno suonati, sonoramente invocati, (imago che sempre anima e rinnova l’intenzione stessa del persistere). Ma in quell'attimo, non saprei far altro che tacermi, perché in tali pochi frammenti ( ed ancora la voce: 'in questi ed in tutti quelli delle sere che ci hanno preceduto'), cosa avrei dirti potuto? Anche se ti avessi parlato poi sarebbe giunta la sfuggevolezza di un congedo, riassunto forse in un semplice ‘Ciao’; ma non ho mai saputo ammettere l’assolutezza degli svogliati addii.

Vorrei avere più complete parole con le quali descriverci e cantarti, ma l’unica che potrei chiederti in quell' istante, ed anche ora, è venia. Se non ti ho troppo irretito oggi nello scomodarti per tradurre questa folle prosa. Se non ti sarà oltremodo d’impiccio, ti chiederei di poter avere ancora un poco di tempo. Immagina, magari discorrendo in più serene ore potrò sopperire, con fulgida coscienza, a ciò che oggi non ho potuto dirti, fantastica protagonista tanto distante dai miei giorni.

Certo da adesso, se ti risentirò, se potrò rileggerti fra i cerulei gigli di quelle nuvole, dipenderà dal fatto che tu voglia ascoltarmi. Io tendo la mano, tu che farai?

nonsonounasanta alle 20:25 in: racconti di oggi
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giovedì, 28 settembre 2006

Vino rosso in compagnia

premessa: questo pezzo di storia non è scritto da me, ma da un mio caro amico che racconta una piccola esperienza vissuta.  Ho voluto pubblicarlo perchè, oltre che apprezzare molto il modo in cui scrive, stimo moltissimo questa persona anche se spesso finiamo a litigare per le cose più futili. ... Un bacio... e grazie

Chiuse gli occhi. Non so se fosse un gesto deliberato o un semplice riflesso, però mi piacque molto: era un modo silenzioso per dirmi di continuare, in quel ritmico e sensuale massaggio, in quella indicibile pazzia. Abbandonai per un istante il suo seno, lasciando i capezzoli, turgidi e bagnati dai miei baci, soli a fissare la penombra del soffitto. Scesi lentamente verso l’ombelico, disegnando con la lingua lenti cerchi intorno al piccolo piercing dorato. Ansimavo e seguivo con gli occhi il suo lento ma frenetico respirare. I jeans erano stesi sul pavimento fin da quando eravamo entrati di soppiatto nella camera da letto e lei, ormai, indossava solo la camicetta bianca – aperta, quasi strappata, tanto è stata la violenza con cui l’ho presa –, un perizoma di pizzo e un reggiseno dello stesso completo, con le coppe abbassate, a mostrare una perfetta abbronzatura integrale, frutto di frequenti lampade. Decisi finalmente – non avevamo poi molto tempo – di liberare da ogni vincolo il centro del suo piacere: il suo pube era curato, perfettamente depilato, lasciando soltanto un piccolo ciuffo di peli scuri appena sopra la vagina, che già si apriva accogliente ai miei occhi. Non resistetti e, continuando a massaggiarne le labbra carnose con le dita, affondai la lingua in cerca del clitoride, in un’estasi crescente, anche a causa del suo ansimare, visto che non nascondeva affatto quanto stesse godendo. Mi assalì un profumo denso, caldo, primordiale, ricco di ogni genere d’aroma e più buono di ogni fragranza che si possa acquistare. Le sostenevo il bacino con una mano, accarezzandola fra i glutei, e percorrendo a ritroso, con le dita, quel caldo e accogliente incavo, fino a ritrovare il mio viso fra le sue gambe. Ero assorto, totalmente incurante di ciò che ci aspettava impaziente fuori da quella stanza, e seguivo con lo sguardo la cadenza del suo instancabile saliscendi, che, a sua volta, dipendeva dall’insistenza del mio leccare. «Tu sei pazza…» le sussurrai quasi ridendo. E mi sorrise.

 

Non mi sarei mai aspettato di trovarmi in quella situazione, quanto meno non me lo sarei immaginato qualche ora prima soltanto, quando, assieme ad altri amici, varcavo la porta d’ingresso della casa del mio vecchio amico Giorgio, per una cena che non avrei mai più scordato. Era una sorta di rimpatriata: c’era gente che non vedevo da una vita, assieme ad amici cari di tutti i giorni, in tutto una decina di persone, Giorgio escluso. Quest’ultimo, in particolare, era via da casa da più di un anno, per motivi di lavoro: single incallito – con un’aria originale e creativa da professore di storia dell’arte, con la sua perenne sigaretta in bocca e l’immancabile giacca di velluto marrone – si era gettato negli ultimi mesi in vari progetti per cinema e televisione e, praticamente, viveva a Cinecittà. Tornato a casa per le feste natalizie – era giovedì 28, se non ricordo male –, aveva subito pensato ai vecchi amici e organizzato il tutto in poche ore. Tra gli altri c’era mio cugino Franco – non lo vedevo da tempo, sempre preso com’era con il suo lavoro di grafico pubblicitario e con i suoi frequenti viaggi di lavoro nei paesi scandinavi – che aveva colto l’occasione per presentare a tutti noi la sua nuova conquista: Elena, cameriera in un piccolo pub della zona e studentessa di giurisprudenza. A dire il vero la conoscevo già di vista, frequentando il locale dove lavorava, e mi aveva sempre colpito, anche se non avevo mai avuto né il coraggio, né l’occasione di provarci. A essere sincero non mi turbava il fatto di conoscerla come la ragazza di Franco, anche perché in quel periodo avevo ben altro per la testa. Ciò nonostante, quando la vidi, rimasi pietrificato, quasi sordo di fronte alle parole del fidanzato che me la stava presentando. Elena era alta circa un metro e settanta, mora, un bel fisico, formosa, ma ciò che mi colpì fu il suo sguardo: due occhi di ghiaccio, di un azzurro disarmante, che, uniti ai lineamenti estremamente sensuali e a una generosa scollatura, mi avevano fatto perdere ogni parvenza di lucidità. «Ehi, Daniele? Sei presente?». Di colpo, sentendo il tono scocciato di Franco, tornai in me, imbarazzato e consapevole della figura di merda che stavo facendo: dannazione è la ragazza di mio cugino! «Sì sì, ci sono, scusa, in questo periodo sono un po’ con la testa fra le nuvole. E poi sarà il vino a stomaco vuoto, sai ne ho appena assaggiato mezzo bicchiere, conosci Giorgio: quando vede una bottiglia non sa aspettare!». Me la cavai con poco, tutto sommato. Credo che, se vedessi qualcuno fissare le tette della mia donna come avevo fatto io di fronte a mio cugino, gli caverei gli occhi con le mie mani… Elena nel frattempo sorrideva, ben consapevole dell’effetto che mi aveva fatto.

A tavola tentai di esserle indifferente e parlai soprattutto con Giorgio e con il mio amico d’infanzia Marco, non avevo proprio intenzione di rovinare una bella serata per colpa delle mie stupide voglie. E poi c’era Chiara, la ragazza con cui avevo da poco ripreso ad uscire. Quella sera lavorava in un ristorante qui vicino, sarei dovuto andare a trovarla sul tardi, in teoria.

Nel frattempo si era creata una bella atmosfera tra i commensali e, complice qualche bicchiere di troppo, iniziammo a parlare dei vecchi tempi insieme al liceo, ricordando chi non vedevamo da una vita e spanciandoci dal ridere raccontando le mille cazzate che avevamo fatto. Elena era evidentemente imbarazzata. Non parlava quasi mai, se non interpellata, spesso abbassava lo sguardo sul piatto, con tutta probabilità perché non sapeva come introdursi, cosa dire. Franco, seduto al suo fianco, sembrava totalmente indifferente alla cosa, limitandosi a controllare ogni tanto la presenza della ragazza prendendole dolcemente la mano durante i nostri discorsi. Io ero sull’alticcio andante – quanto amo il vino rosso! – e parlavo a ruota libera, ma ogni tanto, essendole proprio di fronte, non riuscivo a restare indifferente alla bellezza di Elena. Ripeto, non avevo alcun interesse nei suoi confronti, tuttavia… il mio sguardo era come calamitato. L’alcol chiaramente non contribuiva a frenarmi, tanto che spesso mi rendevo conto – troppo tardi però – di rimanere imbambolato sulla sua scollatura, tornando in me solo se richiamato al discorso. Non dovetti farle una gran bella impressione. Quando parlai della mia passione per la scrittura e la musica e del fatto che avevo scritto diversi racconti, Elena sembrò molto interessata: «Mi piacerebbe poterne leggere qualcuno, se a te non dispiace... – mi disse fissandomi negli occhi – amo molto i romanzi e il tuo genere è uno dei miei preferiti…». «Certo, senz’altro! Te ne farò avere qualcuno tramite Franco, se si ricorda di leggere la mail ogni tanto!». Tentavo in ogni modo di nascondere quanto mi facesse impazzire quella ragazza… Pensai che l’idea di Franco di portarla alla cena fosse stata totalmente sbagliata: parlavo da amico, io ero solo felice di avere una bella donna a tavola, ma anch’io mi sarei sentito totalmente in imbarazzo in mezzo a cinque o sei sconosciuti mezzi bevuti intenti a ricordare la propria adolescenza.

Al dolce, Elena per sbaglio mi sfiorò la gamba col piede. Nessuno degli altri se ne accorse, io non dissi nulla e mi limitai ad alzare lo sguardo dal piatto, pensando che mi avesse volutamente chiamato. Lei, un po’ rossa in viso per il vino, mi lanciò un’occhiata durata una vita, sorridendomi cautamente, senza farsi notare. «Scusa», sussurrò ridendo, e tornò ad ascoltare il monologo di Giorgio col sorriso sulle labbra. È difficile descrivere l’effetto dei suoi occhi su di me. Il trucco ne metteva in risalto il colore, erano contornati dai lunghi scuri capelli lisci, delicatamente appoggiati sulle spalle, per finire, come frecce che indicavano un’unica direzione, sul seno bene in vista.

Bevuto il caffé, ci alzammo da tavola. Elena ed altri andarono a fumare in giardino, mentre io, Franco e Marco ci spostammo nel piccolo salotto, dove Giorgio, davanti al camino, ci avrebbe allietato col suo pianoforte, mentre terminavamo l’ottima cena con un forte digestivo. Ogni tanto lanciavo un’occhiata all’ampia vetrata che dava sull’esterno, osservando le movenze di Elena, che rideva e fumava con la grazia di una diva d’altri tempi. Spesso si voltava e sorrideva, nella mia direzione. Tu stai sognando amico! Quella non ti caga nemmeno di striscio! Le tue sono tutte fottutissime fisime da ubriaco! Questi e altri pensieri carini mi ronzavano per la testa, quando decisi di abbandonarli per un po’, andando a pisciare nel bagno di sopra. Chiusa la porta, non fui sorpreso di trovarmi estremamente eccitato, al punto da dover aspettare di essermi calmato per poter urinare. Ero fermamente convinto che fosse l’alcol a rendermi così, non potevo proprio permettermi di invaghirmi della ragazza di mio cugino, per rispetto nei confronti suoi e di Chiara. A proposito di Chiara, non dimenticarti che fra un po’ dovrai andarla a prendere!

Ero quasi stato convinto dai miei pensieri, quando, aperta la porta del bagno, mi trovai di fronte Elena, che mi sorrideva, imbarazzata ma divertita. Fu un attimo. Le nostre lingue si abbracciarono come se non aspettassero che quel momento da secoli, le mie mani la presero da dietro, quasi sollevandola, e d’istinto la portai nella prima stanza che trovai aperta: la camera da letto di Giorgio. Aveva la pelle liscia, morbida, e un sapore di caffé e sigarette che le donava, la rendeva più intrigante.

 

«E tu pensi di non esserlo?» mi chiese, con un sorriso malizioso sulle labbra. La aiutai a sfilarsi del tutto il perizoma e mi sdraiai sopra di lei, ormai nudo dalla cintola in giù, baciandole il collo e mordendole dolcemente i lobi delle orecchie, da cui pendevano sottili orecchini a semicerchio in oro bianco. La penetrai lentamente, quasi con il timore di violare un luogo sacro, come se fossi intruso in casa d’altri. In fondo lo ero, in tutti i sensi. Abbracciati, aumentai la frenetica velocità dei miei colpi, incitato dal suo godere, dai suoi sospiri. Ogni tanto riapriva gli occhi, mi fissava e mi leccava le labbra. Per un attimo mi balenò per la testa il pensiero degli altri, al piano inferiore ad ascoltare il pianoforte, e l’idea che Franco potesse salire a cercare Elena. Scacciai in fretta ogni preoccupazione. In questi casi il vino aiuta molto. Volle girarsi e si mise sopra di me, iniziando a masturbarmi e giocando con la lingua sulla mia cappella, ormai pronta ad esplodere. Si muoveva con estrema disinvoltura, sfiorando il mio cazzo con il seno, quando, con l’altra mano, si tirava indietro i capelli, in un unico rapido e sensuale gesto. Venni all’improvviso, un po’ sul suo seno, un po’ sulle sue labbra. Pensai di chiederle scusa, ma lei, incurante del mio imbarazzo, continuò il suo lavoro di bocca, palesemente soddisfatta del mio seme e del risultato raggiunto. Fu un orgasmo devastante e rimasi lì sdraiato, abbracciandola subito dopo, per sentire il suo calore, come se fosse stata la prima volta. Non parlammo e nemmeno i nostri sguardi si sfioravano. Bastava quell’abbraccio.

«Elena? Sei di sopra?». Era Franco. Ecco, ora sono nella merda. Anzi, siamo nella merda. Fu questo il primo pensiero che mi balenò per la testa. Elena si alzò di scatto, raccogliendo la propria roba, senza mai voltarsi nella mia direzione. «Sì Franco, sto arrivando. Mi è colato un po’ il trucco». Si rivestì di fretta chiudendosi nel bagno e poi scese le scale, con la calma di un’attrice nata. Io aspettai. Ero ancora totalmente sottosopra. Mi diedi una sciacquata, infilai la camicia nei jeans e raggiunsi gli altri qualche minuto più tardi, senza che nessuno si fosse accorto della mia momentanea assenza. Ancora una volta grazie vino rosso!

Giunto in salotto, vidi Elena e Franco darsi il più lungo e appassionato bacio di tutta la sera. In un primo momento pensai di tornare in bagno a vomitare, mettendomi nei panni del mio povero cugino, poi mi trattenni.

Si era fatto tardi, salutai tutti, infilai lo spesso cappotto nero e mi diressi verso la mia auto, soddisfatto per la bella serata appena trascorsa. Quando fu il momento di salutare Elena, questa si limitò ai tre baci di circostanza, senza dire una parola, senza guardarmi neppure negli occhi. Questo mi fece un po’ male, ma, in fondo, fa parte del gioco. Sul cellulare, come al solito scordato nella tasca della giacca, c’era una chiamata persa di Chiara e un messaggio di un’altra persona: “Voglio vederti. Ho voglia di essere scopata Daniele, ma stavolta per davvero. Non voglio soldi”. Non risposi.

Nella tasca, assieme al telefono, trovai un post-it, con segnati un numero di cellulare e un’indirizzo e-mail, un contatto di messenger. Sorrisi d’istinto, come farebbe il condannato a morte alla notizia di un rinvio dell’esecuzione.

Misi in moto, per scaldarmi un po’ in quella gelida notte. Sapevo di dovermi sbrigare, altrimenti Chiara si sarebbe incazzata. Prima di partire, scrissi un sms al numero trovato sul foglietto: “Questo sabato hai da fare? Sai, ho scritto un nuovo racconto e qualche canzone…Che ne dici di un paio di Tennet’s?”.

 

nonsonounasanta alle 13:33 in:
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venerdì, 15 settembre 2006

Pensieri

Mi vengono i brividi quando ripenso al tuo corpo sopra al mio, scalpitante di passione premere sul mio seno. Non facemmo niente di sconveniente quella sera, ma il piacere che mi provocava la tua pelle profumata era indescrivibile, inebriante.

Ripenso a te, e al nostro piacere non concluso.. e mi tocco..

nonsonounasanta alle 19:13 in: racconti di oggi
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lunedì, 21 agosto 2006

Sms&Regali

Giacomo: “Ehi, ciao. Come stai? E’ da un po’ che non ci si sente..”

Io: “Ciao Giacomo. Eh si, in effetti.. ne è passato di tempo. Che fine hai fatto? Mi avevi promesso che saresti passato a trovarmi lo scorso mese..”

Giacomo: “Si, è vero piccola. Ma sono stato molto impegnato. La nostra società ha appena acquistato una piccola aziendina locale e tra scartoffie e riunioni non trovavo mai il tempo da dedicarti. E sai che quando faccio una cosa la voglio fatta bene, quindi ho voluto rimandare. Ma ora sono tutto tuo”

Io: “Già, peccato che ti trovi a 500 km di distanza da casa mia.”

Giacomo: “Si, ma stasera ho deciso di concedermi a te.”

Io: “ E come? Una video conferenza su messenger?”

Giacomo: “No, troppo prevedibile. Devi giocare con me, ci stai?”

Io: “Lo sai che non ti potrei dire mai di no, cosa devo fare?”

Giacomo: “Prima di tutto dimmi che cosa indossi”

Io: “Sono rientrata da poco in casa. Ho una maglietta azzurra senza spalle e una minigonna di jeans”

Giacomo: “Porti le mutandine?”

Io: “Stavolta si. Quando non me lo chiedono espressamente ho l’abitudine di portarle con me. Ma basta una tua richiesta, e io me le tolgo.”

Giacomo: “No, voglio che tu le scosti. Fai scivolare la tua mano dal ginocchio fino alla coscia, poi su fino al centro del mio piacere, della mia eccitazione. Strofina piano un dito, poi inumidiscilo di saliva assaporando quell’umore che mi fa impazzire.”

Io: “ Non sono capace di contenere l’eccitazione, ho paura che mi prenda la testa. E se tu non sei qua a guardarmi non ho completa soddisfazione”

Giacomo: “ Immagina che io sia seduto sul tuo divano, quello dove ti ho assaportata per la prima volta. Ti guardo eterea, muoverti e gemire sotto i miei occhi. Potrei scoppiare di  piacere entro poco, ma voglio passare le mani sulla tua pelle e sentirne tutte le pieghe”

Io: “ Vorrei poter sentire la sensazione del calore della tua mano sulla mia pelle fredda. In questi giorni fa così freddo a Milano..”

Giacomo: “Ho un regalo per riscaldarti…”

Io: “Adoro i regali! Che cosa è?”

Giacomo: “Senti suonare al citofono? Aprimi..”

nonsonounasanta alle 14:13 in: racconti di oggi
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martedì, 18 luglio 2006

Il mio amico Francesco

A Francesco piace correre la mattina, si alza sempre molto presto per godere di quell’aria, ancora fresca, di inizio giugno.  Nelle orecchie, da qualche giorno, gli ronza una canzone di Vasco che canticchia mentre ascolta il suo lettore mp3 comprato mercoledì  da Internet .

Ma Francesco pensa ad altro, pensa a Chiara che se ne è andata. Il 13 di maggio alle 9:46  gli dice di non essere più innamorata, che ha conosciuto un uomo in ufficio e che vuole andare a vivere con lui. “E’ da tanto che le cose non andavano bene tra me e te, non te la prendere”. Ma lui no, non si da pace  e ogni giorno le telefona, ogni giorno le manda messaggi romantici, le manda fiori, la copre di attenzioni, quelle attenzioni che prima non le prestava perché troppo preso dall’abitudine e dalla monotonia di una lunga relazione. Qualche volta l’ha anche tradita, ma per Francesco sono state cose passeggere, cose di una sola notte di follia.

Una volta ci mancava poco che non lasciasse tutto per una botta di testa, per una di quelle che si potrebbero definire: “cotte da paura”. Lei 36 anni, infermiera di Empoli, divorziata, con una figlia.

Era proprio uno schianto di donna, Claudia. Fisico tonico e visino pulito; capelli lunghi neri le contornavano i grandi occhi verdi, quasi mai truccati, se non con un filo di rimmel nero.

Quella settimana soggiornava a Talamone, da sua zia. Anche lei correva la mattina, pantaloncini corti blu e canottierina bianca con ombelico in vista. Fatalità, fortuna, sfortuna, chiamatela come volete ma Claudia, quella mattina, non si sentì bene e si fermò ansimante su una panchina sul lungo mare e lì, Francesco, la trovò. Davanti a lei solo una pace sconfinata che faceva da sfondo ai suoi pensieri nervosi ed agitati. Proprio li fecero l’amore la prima volta. Lei aveva dei seni veramente straordinari, che danzavano al ritmo del suo bacino ed a Francesco piaceva succhiarle i capezzoli mentre la prendeva, mentre la penetrava.

 Si ferma, ansima, prende fiato ed osserva il bel panorama ai suoi piedi. Il telefono però interrompe la quiete del mare e le onde che si infrangono incessantemente sullo scoglio appuntito poco lontano dalla riva. Drin, drin. Drin , drin. Il 42020 lo avvisa che c’è un messaggio in segreteria, probabilmente della sera prima

“Ciao Fra, ma dove sei sparito? Sai, stavo ripensando all’altra notte.. tu ed io, sotto le lenzuola. Ho voglia di leccarti, ho voglia di sentirti dentro, ancora. Ti prego chiamami”.

E’ già un’ora che sta correndo, tra una pausa ed un’altra. Tra un pensiero ed un altro. La verità è che non sa se richiamare Rita oppure no. Certo, come fa i pompini lei non li fa proprio nessuno; riesce a cacciarselo giù, fino in gola e poi dentro, fuori, instancabilmente. Ma ormai è diventata quasi un’ossessione, non riesce a fare a meno del suo cazzo.

Io conobbi Francesco un pomeriggio afoso del luglio scorso. Dopo qualche convenevolo sulle rispettive vite ci trovammo nel suo appartamento, senza che conoscesse la mia vera professione. Non era necessario

Senza pantaloni e senza quella camicia così perfettamente inamidata risultava ancora più attraente; una peluria scura gli copriva i fieri pettorali e contornava un fisico tonico e perfettamente abbronzato. Le sue mani erano grandi strumenti di piacere, non un callo compariva su quei palmi che, felici, accarezzavano e contenevano i miei bianchi seni.

Io ero già distesa sul suo letto: senza pantaloni, senza top e con le mutandine addosso. Lui si mise ad accarezzarmi le braccia per secondi interminabili facendomi rizzare i biondi peletti per poi soffermarsi sui seni. In circolo, massaggiandomeli  poi concentrarsi sui capezzoli: prima con la mano disegnando cerchi e rendendoli turgidi, poi con la bocca succhiando prepotentemente ma senza crearmi dolore. Mentre mi creava un piacere sommesso decise di crearmene uno più profondo arrivando direttamente al mio sesso. Scostò piano le mutandine e mise a massaggiarmi piano, poi fino in fondo con le grosse dita.

Bagnata ed estremamente eccitata mi accavallai le gambe sospese per aria quasi imbarazzata da tutto il piacere che mi creava. Francesco mi si accucciò sopra penetrandomi e facendomelo sentire fino in fondo.

Durante tutto il rituale dell’accoppiamento mi prese le dita della mano e mise a succhiarle in modo che la sua bocca non creasse alcun rumore se non un mugolio molto sottile e quasi impercettibile. Mi chiesi perché avesse bisogno di soffocare un piacere così grande ma mi limitai ad imitarlo, cercando di nascondere anche il mio lascivo godimento. Certo, non è semplice contenere i mugolii ma ancora più difficile è contenere un orgasmo che mi prese d’improvviso mentre mi penetrava da dietro e mi massaggiava veloce ed umido da i miei umori.

Mi abbandonai sul sue lenzuola gialle sbiadite e presi per qualche minuto fiato, per riprendermi dalla corsa e dall’impulso di urlare che mi era improvvisamente comparso. Francesco mi guardò e mi accarezzò la testa dolcemente, poi le spalle nude, poi i fianchi stremati. Stava nascendo una bellissima amicizia.

nonsonounasanta alle 15:39 in: racconti di ieri
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domenica, 16 luglio 2006

Stanotte gli ho chiesto di vederci. Di scoparmi, senza essere pagata.

Non mi ha risposto.

nonsonounasanta alle 18:47 in: racconti di oggi
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